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30 set 2007

S. CATERINA DA SIENA

L’esperienza di vita di Santa Caterina da Siena non fu solo mistica e religiosa. Canonizzata da Pio II nel 1461, Santa Caterina fu proclamata Patrona d'Italia, assieme a San Francesco d’Assisi, nel 1939, Protettrice delle infermiere nel 1943 (da Papa Pio XII), Dottore della Chiesa Universale nel 1970 (da Paolo VI); infine, Compatrona d'Europa nel 1999 (da Giovanni Paolo II).
L'elemento che più caratterizza la vita di questa Santa, infatti, è la grande attività pratica (anche politica e letteraria) che la coinvolge per tutta la vita, alimentata da un intenso travaglio interiore e sostenuta da una profonda intuizione: quella dell’amore verso il divino e verso il mondo, testimoniato sempre con ardente passione.

Caterina nacque a Siena il 25 marzo 1347, ventesima figlia di Jacopo Benincasa, tintore di lana, e di Monna Lapa, figlia del poeta senese Puccio il Piacente.
Fin dalla più tenera età cominciò a mortificarsi fisicamente, ed in seguito ad una visione del Cristo, ricevuta a sei anni, decise di rimanere vergine.
Intorno ai dodici anni i genitori decisero di farle prendere marito, ma lei, che di nascosto si dedicava a pratiche ascetiche, dopo essersi rasata i capelli, coprì il capo con un velo e si chiuse in casa, senza piegarsi nemmeno alle opprimenti fatiche domestiche alle quali la sottoponevano per distoglierla dai propositi ascetici.
Osteggiata dai genitori, per diversi anni condusse una vita di sacrifici, dedita solo alla preghiera, chiusa nella sua stanza; finalmente, a diciotto anni, pur rimanendo nella propria abitazione, prese il velo delle Mantellate (suore così chiamate a causa del mantello nero indossato sul vestito bianco dell'Ordine Terziario Domenicano).
Nel 1370 decise di aprire il proprio cuore al mondo esterno, cominciando a dedicarsi all'assistenza degli ammalati in ospedale: insieme ad un gruppo di discepoli che la seguivano nei numerosi spostamenti, Caterina divideva il suo tempo fra la chiesa di San Domenico, l'ospedale e il lebbrosario, dove assisteva i malati e i moribondi.
Si narra che un giorno, pentita del disgusto provato al cospetto delle piaghe di un malato, la Santa abbia bevuto l'acqua utilizzata per lavarne la ferita, esclamando di non aver mai gustato cibo o bevanda tanto dolce e squisita.
I sonni di Caterina erano spesso accompagnati da visioni. Ad esempio, nella notte di Carnevale del 1367, le apparve, accompagnato dalla Vergine e da una folla di santi, il Cristo, che le donò un anello e la sposò misticamente; quando la visione sparì, l'anello restò, visibile solo a lei. In un'altra visione Cristo le prese il cuore e lo portò via, ritornando poi con un altro cuore ancor più bello e vermiglio: il suo. Il Cristo donò a Caterina il suo cuore inserendolo nel costato e, a ricordo del miracolo, in quel punto le restò una cicatrice.
Ma Caterina non fu solo una mistica, si dedicò ad opere di carità, curò i malati, soccorse i poveri, assistette i carcerati, fu missionaria di pace; la sua piccola stanza, una sorta di “cella", divenne un cenacolo di persone colte e cominciò ad affollarsi di religiosi, di artisti e di dotti; rimase, tuttavia, anche un luogo di ritrovo per la gente semplice e per gli appartenenti a ordini religiosi diversi (Domenicani, Francescani, Agostiniani); questi presero il nome di "Caterinati" poichè, attratti dal suo carisma, vedevano in lei un punto di riferimento.
Ciò suscitò preoccupazione nei superiori dell'ordine, che, insospettiti, la chiamarono a Firenze per valutare la veridicità dei suoi accadimenti; lei si difese splendidamente e, dissipati dubbi e perplessità, si vide assegnare un maestro, frate Raimondo da Capua, suo futuro erede spirituale.
Ben presto in tutta Europa si diffuse la voce della sua fama e delle sacre stigmate, ricevute il 1 aprile 1375 in una chiesetta del Lungarno (detta ora di Santa Caterina).
Caterina cominciò, quindi, ad essere onorata come santa.
Nel 1376 i fiorentini le chiesero di intercedere presso Papa Gregorio IX per far togliere loro la scomunica che si erano guadagnati per aver formato una lega contro lo strapotere dei francesi; allora Caterina si recò ad Avignone con le sue discepole, tre confessori ed un altare portatile, e riuscì a convincere il Papa; Gregorio IX si lasciò anche persuadere ad abbandonare la “cattività avignonese”, riportando la sede papale a Roma dopo quasi settant'anni di esilio.
Nel 1378 Papa Urbano VI la chiamò a Roma per essere aiutato a ristabilire l'unità della Chiesa; a Fondi, infatti, i francesi avevano appena eletto l'antipapa Clemente VII.
Caterina lo sostenne, scrivendo diverse lettere ai capi di stato e ai cardinali di tutto il mondo. Inoltre, insieme ai suoi discepoli si recò a Roma, dove difese il Papa strenuamente.
Il 29 aprile del 1380, a soli trentatre anni, morì.


Fu sepolta nel cimitero di Santa Maria sopra Minerva, ma nell'ottobre del 1381 il Papa Urbano VI accordò il permesso di staccare dal busto la Sacra Testa, che venne affidata a due frati e portata in segreto a Siena. L’11 maggio 1385, accompagnata da un'imponente processione, la reliquia fu trasportata nella chiesa di San Domenico, dove tutt'ora giace. Le rimanenti parti del corpo, divenute anch'esse reliquie, furono poste nel sarcofago sotto l'altare maggiore.

Caterina era semianalfabeta e non di grande cultura: non era andata a scuola e non aveva avuto maestri. Tuttavia, imparò seppur faticosamente a leggere e, più tardi, a scrivere (anche se la maggior parte dei suoi messaggi furono comunque scritti sotto dettatura).
Pur non avendo, dunque, propositi letterari, i documenti che ci ha lasciato, il “Dialogo della divina provvidenza” e le “Lettere”, sono fra opere più belle e meno note del ‘300; anche se scarsamente elaborate e talvolta caratterizzate da un'eccessivo ardore, si tratta comunque di pagine d'insolita altezza spirituale.
Il “Dialogo della divina provvidenza”, una delle più notevoli opere mistiche di tutti i tempi, costituisce la vera summa delle sue esperienze di fede e della sua dottrina.
Le “Lettere”, in tutto 381, indirizzate a persone di ogni condizione, s’inseriscono nel filone letterario religioso trecentista, prevalentemente rivolto non alla creazione d’immagini poetiche ma ad un fine esclusivamente pratico. Santa Caterina, infatti, si servì delle lettere per nobili scopi: lenire i dolori del prossimo, predicare la riforma della Chiesa, restituire a Roma la sede pontificia.
Animata da un intenso fervore religioso, spinta da un autentico desiderio di rinnovamento dell’umanità, la Santa scriveva messaggi vigorosi e forti, caratterizzati da un linguaggio coinvolgente e carico.
Tra le varie lettere scritte da Caterina, la più suggestiva è senza dubbio quella che scrisse in occasione della morte di Nicolò di Tuldo, un giovane gentiluomo fiorentino accusato, nel 1375, di aver ordito una congiura ai danni di Siena.
Condannato a morte ingiustamente, l’uomo non aveva voluto ricevere i conforti religiosi da nessuno; solo Caterina riuscì a vincere le sue resistenze, andò da lui e gli parlò, infondendo nel suo animo serenità e pace.
La lettera è di eccezionale bellezza per l’intensità e il vigore del suo linguaggio, ma colpisce anche la tenerezza e l’accesa passionalità delle parole.


21 set 2007

RITRATTI DI SANTE: S. Rita da Cascia


“Avrebbe potuto essere una mediocre o anche una pessima cristiana, inasprita dalla sofferenza e provocata dalla ribellione. Fu invece una Santa” (A. Trapè)


Il culto di Santa Rita da Cascia ha qualcosa di inspiegabile. Vissuta fra la fine del ‘300 e la prima metà del ‘400 e subito venerata e invocata come santa, Rita venne però beatificata solo nel 1628 e canonizzata addirittura nel 1900; tuttavia il popolo cristiano le ha sempre dimostrato un incredibile attaccamento.
Per i miracoli, certo. E anche per le leggende di cui ricco è il racconto della sua vita.
Tanto più che ella viene chiamata affettuosamente «la Santa degli impossibili», quella cioè a cui si può chiedere una grazia nelle situazioni più disperate e irrisolvibili.

La tradizione assegna la nascita di Rita al 1381 e la morte al 1457, ma queste date sono ritenute incerte.
Si può dire che Rita abbia ereditato la Chiesa così come l’ha lasciata Santa Caterina da Siena (che muore, appunto, un anno prima della sua nascita): una Chiesa uscita dal dramma dell' esilio di Avignone e ricaduta nella tragedia del grande Scisma d’Occidente (che si risolverà solo nel 1417).
Ma Cascia era abbastanza decentrata rispetto ai grandi avvenimenti storici e alle grandi questioni ecclesiali, dislocata com’era ai confini del Regno Pontificio e di quello di Napoli, retta come Repubblica con severi Statuti e politicamente divisa in fazioni di guelfi e di ghibellini.
Sappiamo con certezza che Rita apparteneva all’ambiente borghese e non era priva di istruzione: la tradizione ci parla dei suoi genitori piuttosto anziani e di qualche prodigio che ne avrebbe accompagnato la nascita (il più celebre è quello delle api che si posano sulla bocca della piccola ancora in fasce, senza pungerla, come a deporre il loro miele).
Le cronache antiche parlano anche della sua fanciullezza, «trascorsa con singolare innocenza e pietà…, in grandissimo desiderio di congiungersi strettamente con Dio».
Istintivamente noi saremmo tentati di attribuire questi racconti alla caratteristica sensibilità di un’epoca assai lontana dalla nostra, nella quale ragazzi e fanciulle crescono con attrattive e preoccupazioni ben diverse da quelle degli adolescenti di oggi.
Tuttavia possediamo un interessante libretto che circolava a Cascia in quei tempi, intitolato Regole per alcune anime devote: un manuale che doveva servire all’esame di coscienza e alla buona Confessione.
In particolare, dalla lettura del capitolo Della vanità delle donne, possiamo conoscere quali fossero i problemi e i peccati delle ragazze coetanee di Rita:

“Rifletti se ai imbiondito li capilli toi o facto le crespature sopra li occhi, o vero se li ai lavati con acqua artificiata… o se sei stata al sole colli capilli super le spalle per farli più belli. Se ai portato in capo corone de perle o de tremolanti o francie de seta o ghirlande de fiori, o vellete de seta o de lino molto sutile, artificiale… Se sei gita a la Messa, a la predica o ad altre perdonanze non tanto per amor di Dio né per devozione né in remissione delli toi peccati, quanto l’ai fatto per vagheggiare ed esser vagheggiata, ad ciò che se dica da altri: quella sì è una bella creatura. Se quando te dei vestire qualche cosa di nuovo ne ricevi in te grande consolatione e dilecto così che non solamente l’animo tuo el dì cercha questo sta occupato, ma ancora la nocte, e de le vestemente de l’anema pocho o niente n’ai cura…”.

L’avventura spirituale di Rita cominciò proprio con un miracolo: il miracolo di una «Parola» evangelica udita in tutta la sua profondità e ampiezza, a cui ella decise di dedicarsi completamente, accettando di incarnare questa parola nella sua esistenza.
Così riportano, infatti, le fonti biografiche:
“Stando una volta alla Santa Messa, questa nostra Beata Rita a Cascia […] le s’improntarono talmente nell’intelletto suo queste sante parole: «Ego sum Via Veritas et Vita», che… le cominciò talmente a considerare, che da quell’hora incominciò ferventissimamente ad amare questo Giesù, ed a servirlo… […] non poteva verità dire se non parlando con Lui, né poteva vivere se non con Lui, né poteva camminare se non con Lui, né insomma mai adoprare bene alcuno senza Lui… Perciò abbracciò e strinse strettamente il suo dolce Giesù”.
La fanciulla sentì dunque il desiderio di consacrarsi a Dio, restando in quel Monastero di claustrali in cui aveva udito quella decisiva e affascinante «Parola»; ma il volere dei genitori era allora determinante anche secondo gli Statuti vigenti a Cascia, e la ragazza dovette accettare il marito che le venne assegnato.
Alcuni cronisti dicono che la diedero sposa a un giovane «di costumi molto aspri», qualcuno lo descrive addirittura come «huomo molto feroce».

A questo punto, è necessario dilungarci un po’ sulla situazione sociale e politica della Cascia di allora.
Un documento del tempo la definisce «paese pieno di parzialità e di vendette»: Guelfi contro Ghibellini, sopraffazioni di nobili e borghesi contro plebei, liti e vendette fra famiglie, rivolte popolari, risse fra fazioni.
Il peggio era che ogni violenza si dilatava a macchia d’olio: l’odio covava per generazioni e si estendeva a vicini e congiunti, la vendetta poteva giungere anche dopo decenni.
Se poi c’era di mezzo una questione di donne, o di onore, le gelosie erano così assurde e le vendette così feroci che si diceva che un padre, dopo aver maritato una figlia, dovesse stare attento nel salutarla quando la incontrava per strada.
Questa premessa è necessaria se si vuole cogliere la figura di Santa Rita nella sua complessità e umanità: non solo una fervente cristiana, animata da un eccezionale trasporto spirituale, ma una sposa e una madre che, come buona parte delle donne che vivevano a Cascia in quegl’anni, ha dovuto affrontare dolorose tragedie familiari.
Fu probabilmente nel 1401 che il marito di Rita venne ucciso in un agguato.
Verosimilmente l’omicidio fu una conseguenza della ribellione popolare scoppiata nello stesso anno contro il Podestà.
Rita era madre di due ragazzi, forse gemelli, di circa quattordici anni.
L’angoscia per la morte dell’uomo amato (tanto che Rita era riuscita a cambiargli il carattere e a renderlo dolce e affettuoso) si faceva ancora più grave al pensiero della faida di sangue che stava per scatenarsi. Rita, infatti, conosceva la sua terra e la sua gente e sapeva che sarebbe iniziata susseguirsi inarrestabile di ritorsioni.
Se già naturalmente era difficile educare i figli al perdono, ciò diventava impossibile in un ambiente sociale che premeva per la vendetta.
Le famiglie legate per parentela al marito ucciso, infatti, guardavano ai suoi ragazzi, già abbastanza adulti, per ottenere un riscatto e ristabilire il proprio onore: essi erano ormai destinati alla violenza, a compierla prima per poi, a loro volta, subirla.
Se non restavano a loro volta uccisi, infatti, gli Statuti di Cascia prevedevano comunque la pena capitale per i vendicatori.
Nel migliore dei casi essi avrebbero dovuto fuggire dalla città e vivere come esuli lontani dalla madre.
Così, il cronista racconta che Rita «si diede con meravigliosa charità ad addolcire gli animi loro e a disporli non soltanto alla dimenticanza, ma al perdono del commesso misfatto».
Dovette però accorgersi che nemmeno lei riusciva a imprimere nel cuore dei ragazzi la legge del perdono. La Santa arrivò dunque fino al punto di pregare Dio affinché riprendesse con sé i suoi figli, ai quali vedeva assegnato un terribile destino di morte. Un gesto inaccettabile per la sensibilità moderna, ma che testimonia la fiducia completa che Rita nutriva nei confronti di Dio.
Rimasta sola, la sventurata madre pensò di affidare anche se stessa totalmente nelle mani del Signore: chiese, quindi, di entrare nel convento delle agostiniane.
Venne tuttavia rifiutata. I tristi avvenimenti della sua vita continuavano a pesare: accogliere una «vedova di sangue» nel monastero voleva dire coinvolgere nella faida anche quel luogo sacro e le sue ospiti.
Rita comprese che quelle porte non si sarebbero aperte se non si fosse prima giunti a una pacificazione tra il parentado dell’uccisore e quello dell’ucciso.
E lei stessa affrontò la fatica di tessere legami di perdono. Quanto odio e quanto rancore dovette accettare su di sé, quanto disprezzo e quanti rifiuti, prima che i cuori induriti si sciogliessero?
Fu un lungo ed estenuante lavoro e, nonostante questo, il risultato venne come un miracolo.
La tradizione si limita a raccontare che le monache rifiutarono più volte di aprirle le porte del monastero, fin quando Rita non riuscì ad entrare in clausura a porte chiuse, miracolosamente guidata e assistita da San Giovanni Battista, Sant’Agostino e San Nicola da Tolentino (i patroni del luogo).

S. Rita accompagnata nel monastero da S. Agostino e da S. Nicola


E lì, in una piccola cella, Rita condusse una vita di penitenza e di preghiera.
Quasi tutto quello che sappiamo dell’esperienza spirituale di Rita e del suo cammino di santità, lo sappiamo da una testimonianza caratteristica: dai dipinti e da un’iscrizione poetica riportati sulla sua cassa funebre.
L’immagine che risalta è quella di una donna forte che dalla Croce di Cristo trasse la sua luce e il suo fuoco, alla quale non furono risparmiate nel mondo le più atroci sofferenze e le piaghe più oscure e insanabili, e che niente considerò suo merito o guadagno se non il ricevere una delle spine della corona di Cristo.
In ogni raffigurazione, Rita porta sempre in fronte il segno della sua mistica piaga.
Durante gli ultimi giorni di vita un altro episodio venne ad abbellire e impreziosire la sua leggenda:
“Nel più aspro rigore dell’inverno, essendo ogni cosa coperta di neve, una buona parente fu a visitarla; nel partire le chiese se da casa sua voleva cosa alcuna. Rispose Rita che avrebbe desiderato una rosa e due fichi del suo orto. Sorrise la buona donna, credendo ch’ella delirasse per la violenza del male, e se n’andò. Giunta a casa ed entrata ad altro fine nell’orto, vide sulle spine spogliate d’ogni verdura e cariche di neve una bellissima rosa, e sulla pianta due fichi ben maturi; e ben rimasta attonita per la contrarietà della stagione e per la qualità di quel freddissimo clima, veduti il fiore e i frutti miracolosi li colse e a Rita li portò”.
E’ questo l’episodio che spiega la tradizione delle rose: dovunque c’è una chiesa a lei dedicata, nel giorno della sua festa (22 maggio), è tutto un accorrere di devoti che portano mazzi di rose che vengono benedette.
Non solo un miracolo, ma un mistico scambio: per tanti anni Rita aveva portato sulla sua fronte la dolorosa ferita della spina; ora, al termine della sua sofferenza, Cristo le donava in cambio una rosa.
Quando Rita morì si verificò un ininterrotto afflusso di conoscenti e di devoti, mentre un intenso profumo emanava dal suo corpo al punto che esso, secondo un’antica testimonianza, «non fu mai sepolto e non si è mai corrotto».


15 set 2007

RITRATTI DI SANTE: S. Chiara d'Assisi

«Io, Chiara, pianticella del nostro Santo Padre Francesco…», così amava definirsi la Santa di Assisi.
L’immagine risale forse al fatto che la madre di lei portava il nome di Ortolana e perciò si diceva che Chiara fosse stata da lei coltivata «come una piantina fruttifera nel giardino della Chiesa».
Certo fu Francesco a farla crescere e maturare, quando la fanciulla, ancora diciottenne, si rifugiò da lui per chiedergli di consacrarla al Signore; ma è indubbio che Chiara assorbì la prima linfa dalla madre, donna di eccezionale forza e dolcezza.

Il primo biografo, Tommaso da Celano, scrive con delicatezza che la grazia divina dovette prima impregnare a fondo le radici (cioè la madre) «acciocché poi nella ramicella seguitasse copia di santità».





E madre e figlia furono così unitamente abbracciate dalla grazia di Dio che Ortolana finirà la sua vita nel monastero di Chiara, lasciandosi condurre a Dio, nella sua vecchiaia, dalla figlia spirituale divenutale spiritualmente Madre.
Allora la vecchia Ortolana racconterà sottovoce alle consorelle d’avere sempre conosciuto il destino di quella bambina: da quando aveva pregato dinanzi a un Crocifisso, nell’imminenza del parto, per chiedere protezione, e s’era sentita dentro una voce che le diceva: «tu partorirai una luce che riempirà il mondo!». Per questo l’aveva chiamata Chiara!
All’infanzia di Chiara non mancarono né la dolcezza, né la sofferenza.
La dolcezza, perché i ricordi di quegli anni sono già tutti impregnati di tenerezza francescana: una sensibile compassione per i diseredati, un amore precoce per il Crocifisso, una spontanea felicità durante le sue preghiere di fanciulla.
Dicevano che, dopo la preghiera, la bambina avesse «un buon odore di cielo».
Ma ci fu anche tanta sofferenza perché la sua famiglia, quando Chiara aveva sei anni, dovette subire un lungo esilio, a Perugia, assieme ad altre famiglie di nobili che avevano inutilmente osteggiato la nascita del governo comunale di Assisi.
Fu solo nel 1205, quando Chiara aveva dodici anni, che poterono tornare in patria.
Con i fuoriusciti rientrarono ad Assisi anche i prigionieri di guerra, tra cui un giovane borghese, brillante e scapestrato, che sembrava essere impazzito in carcere: Francesco di Pietro di Bernardone.
Gli abitanti della piccola cittadina rimasero subito sconvolti dalle sue stranezze: dapprima s’era messo a riparare la vecchia chiesa diroccata di San Damiano, dove passava lunghe ore in preghiera; poi sulla pubblica piazza – chiamato in giudizio davanti al vescovo – s’era spogliato di tutto, rinunciando ad ogni eredità e scegliendo di vivere come un pezzente.
Aveva gridato di non voler avere altro Padre se non quello dei cieli. E i balconi del palazzo di Chiara, a fianco della cattedrale, s’affacciavano proprio sulla piazza di San Rufino.

Chiara segue “da lontano” l’avventura di Francesco e dei giovani d’Assisi che l’avevano seguito. Tra essi c’era Rufino, un cugino di Chiara. Vivevano alla Porziuncola, vicino a una cappelletta dedicata a Santa Maria degli Angeli. Lavoravano con le loro mani, vivevano di elemosina e si diceva che si prendessero cura dei lebbrosi, presso la località di Rivotorto.
Cominciarono così gli incontri segreti tra Chiara e Francesco. Incontri voluti da ambedue – dice il primo biografo – perché lei era «desiderosa di vedere e di ascoltare quell’uomo nuovo», e lui «colpito dalla vasta fama di una fanciulla così ricca di grazie, non meno desiderava di vederla e di parlarle… per strappare al mondo quella nobile preda».
Di nascosto, accompagnata dalla più cara amica, Chiara si recava da Francesco.
Era ormai prossima la festa solenne delle Palme e Chiara, con cuore ardente, si reca da Francesco per chiedergli consiglio: la fanciulla ha ormai deciso di cambiare radicalmente la propria vita.
Francesco le ordina di accostarsi alle Palme nel giorno festivo, in mezzo al popolo, ben vestita ed adorna.
Quel giorno, nella cattedrale di Assisi, Chiara ebbe un importante presagio.
Quando giunse il momento in cui le fanciulle nobili dovevano salire all’altare, per ricevere dalle mani del Vescovo la palma benedetta, prima della solenne processione, Chiara restò assorta al suo posto, probabilmente persa nella contemplazione di quel sogno divino che le riempiva il cuore.
Si vide allora il Vescovo discendere i gradini dell’altare, per venire a portare la palma alla fanciulla: allora Chiara capì che Cristo veniva, per mezzo del suo Ministro, a sceglierla come Sposa.

La notte seguente la ragazza fuggì di casa, da un uscio secondario per non essere vista: ed eccola sola nel buio, scendere in fretta la collina d’Assisi verso Santa Maria degli Angeli, dove l’attende Francesco.
Dopo aver cantato le lodi del mattino, Francesco le taglia i lunghi capelli biondi, li copre con un velo nero, e ricopre le sue bianche vesti di fanciulla con un saio povero e scuro.
Oggi, noi tendiamo ad immaginare questa fuga notturna come un episodio romantico e dolce; in realtà, Chiara e Francesco ben sapevano d’aver dichiarato guerra a un’intera città.
Se era stata traumatica e contestata la prima decisione di Francesco di “uscire dal mondo”, e se ancora di più lo era stata quella dei tanti giovani che avevano preso a seguirlo, che cosa sarebbe accaduto ora che perfino una fanciulla nobile e ammirata si lasciava travolgere da quella follia, aprendo un varco che nessuno avrebbe potuto più chiudere??
Siamo nel 1212. Già nell’agosto del 1228 (quando Chiara domanderà al Papa Gregorio IX il «privilegio della povertà») saranno già stati fondati in Italia almeno venticinque monasteri di clarisse. E alla morte di Chiara, i monasteri sparsi in tutto il mondo saranno almeno centotrenta.
Ma quella notte Chiara è sola; in fretta Francesco la conduce in un monastero di suore benedettine tra Assisi e Perugia, dove la fanciulla chiese asilo.
Al loro arrivo i parenti trovarono Chiara inginocchiata ai piedi dell’altare, avvolta in quella veste indecorosa che li faceva fremere di sdegno.
Quando i parenti tentarono di dissuaderla, prima con lusinghe e poi con violente minacce, Chiara compie quel gesto magnifico e irreparabile che nella società medioevale era immediatamente compreso. Si toglie il velo e la testa malamente rasata dice a tutti che la fanciulla ha ormai “ripudiato il mondo”; e intanto stende la mano per afferrarsi alle tovaglie dell’altare: un umile aggrapparsi alle vesti di Gesù.
Ora tutti sanno che la Chiesa-Madre difenderà gelosamente quella creatura, come intangibile proprietà di Cristo. E nessuno osa più stendere su di lei la mano.
La prima a seguire Chiara è Agnese, la sorella. Vennero poi le amiche di Chiara.
Iniziò così la storia delle «poverelle Donne di san Damiano».
Francesco ottenne che quella prima chiesetta ch’egli aveva riedificato venisse adattata a monastero e posta sotto la protezione del Vescovo.
Egli stesso scrive per loro la prima “Formula vitae”: più che una regola, una sorta di documento di alleanza fra i frati di Francesco e le suore di Chiara.
Le monache di San Damiano impararono subito non solo la «mistica sponsale» (la scelta appassionata di Cristo Sposo), ma anche la «mistica materna»: esse dovevano vivere quotidianamente il mistero dell’Incarnazione, abituandosi a essere una “culla vivente”, un grembo per il Figlio di Dio che chiede di venire al mondo.
Per disporsi a un tale mistero, condizione indispensabile era la povertà: «Non voler aver nulla, se non Nostro Signore».
Proprio per questo motivo, Chiara ricorse più volte al Santo Padre perché voleva per iscritto, confermato dalla suprema autorità, il privilegio che le sue comunità restassero sempre assolutamente povere.
Papa Gregorio IX, in un primo tempo, chiese affettuosamente a Chiara di ripensare alla questione della Povertà, ricordandole che le circostanze della vita erano tante e tanti erano i pericoli del mondo. Un qualche possesso – anche se limitato – avrebbe meglio garantito i suoi monasteri, assicurandole sopravvivenza e libertà.
Ma Chiara non aveva voluto cedere. Così Gregorio IX scrisse di suo pugno, sulla povera tavola del refettorio di San Damiano, il testo di quello strano privilegio.
Prima di ripartire per Roma il Papa volle condividere il semplicissimo pasto delle monache. Un cesto di pani era tutto ciò che esse potevano offrire e il Papa costrinse Chiara a benedire la mensa.
Ed ecco che, al gesto di lei, proprio sotto gli occhi del Pontefice, la crosta dei pani si aprì leggermente, formando una croce ben delineata.
La vita di Santa Chiara si svolse nella totale obbedienza a quelle «ultime volontà per le suore di Chiara» che Francesco dettò nel 1226, prima di morire:
«Io piccolo frate Francesco voglio seguire la vita e la povertà dell’altissimo Signor Nostro Gesù Cristo e della sua Santissima Madre e perseverare in essa fino alla fine. E prego voi, mie Signore, e vi consiglio che viviate sempre in questa santissima vita e povertà. E guardatevi attentamente dall’allontanarvi mai da essa in nessuna maniera, per l’insegnamento o il consiglio di qualcuno».
La vita nel monastero era tutta impregnata di questa passione.
Come spiegare le dure penitenze di Chiara, i digiuni prolungati, i suoi cilici insopportabili, le lunghe notti passate in preghiera prostrata a terra per ore ed ore, il riservare a se stessa le incombenze più umili e disgustose, il voler baciare e lavare i piedi infangati delle suore che tornavano dalla questua??
Eppure nessuno mai la vide triste. «Se è vero – osserva il cronista – che una dura penitenza fisica genera di solito depressione spirituale, l’effetto risplendeva in Chiara ben diversamente: in ogni sua mortificazione manteneva una sembianza gioiosa.»
Tanto era severa con se stessa, tanto era «benigna e amorevole» con le sue monache. Diceva che una superiora deve sapere «consolare le afflitte ed essere l’ultimo rifugio delle tribolate».

Celebre è inoltre l’episodio dell’assalto dei mercenari Saraceni al Monastero. Li aveva scagliati contro Assisi, per far dispetto al Papa, Federico II.
La città si era preparata all’assedio, ma San Damiano è fuori dalle mura, e non c’è nessuno a difendere quelle «povere Donne». Non ci sono neppure i frati e Francesco era ormai morto.
Chiara è da tempo malata, immobilizzata nel suo povero lettuccio di paglia, che ha dovuto accettare per obbedienza.
La Santa si fa condurre davanti alla porta del monastero e davanti a sé fa mettere il cofanetto d’argento che custodisce l’Eucaristia.
A fatica si prostra a terra. Quando già i crudeli Saraceni hanno scavalcato il muro di cinta del monastero, Chiara sfiora con le mani il prezioso cofanetto.
Prega: «Signore, guarda tu queste tue serve, perché io non le posso guardare».
E le due sorelle che sostengono Chiara odono la voce dolcissima di un bambino, proveniente dal Tabernacolo, che dice «Io ti difenderò sempre».
Nessuno sa quel che accadde. Improvvisamente però i Saraceni si ritirarono, senza osare avvicinarsi alla porta dove Chiara pregava.
Alla sera di quel giorno, ella chiamò le due sorelle e fece loro giurare che, lei viva, non avrebbero mai raccontato a nessuno quel che avevano udito.

Ritornando al rapporto che legava Chiara e Francesco, dobbiamo inoltre ricordare che il celebre Cantico delle creature Francesco lo cantò per la prima volta davanti a Chiara.
Quasi cieco e febbricitante, col corpo ormai stigmatizzato, il Santo di era eccezionalmente rifugiato in una celletta di stuoie che i suoi frati gli avevano costruito nell’orto del monastero.
Vi restò due mesi e Chiara gli tessé dei morbidi guanti per coprire quelle sante mani ferite; gli aveva anche preparato un unguento di aromi, per curare le piaghe sanguinanti.
E un giorno le suore lo sentirono cantare quella sua dolcissima poesia.
A Chiara Francesco confidò che l’aveva composta per l’intima gioia di una rivelazione notturna. Dio l’aveva misericordiosamente rassicurato d’avergli perdonato tutti i peccati e che poteva essere certo della salvezza. Per questo egli si era sentito in pace e in ringraziamento verso tutte le creature!
Qualcuno disse che gli aveva pensato spontaneamente a Chiara, quando compose il verso:
«Laudato sì, mi Signore, per sora luna e le stelle
in celu l’hai formate chiarite
et pretiose et belle».
Chiara sopravvisse a Francesco di ben ventisette anni, tutti passati a difenderne l’eredità e la memoria. La sua vecchiaia fu costellata di quella tenerezza che ella aveva imparato da lui, tenerezza che andava anzitutto e sempre al santo Bambino del Presepio, a Cristo povero Crocifisso e all’Eucaristia.
Chiara era ormai vecchia, ma non voleva morire prima che il Papa le avesse definitivamente confermato, con tanto di sigillo pontificio, la Regola che lei stessa aveva scritto al termine della sua esperienza.
Era il primo caso, nella storia della Chiesa, di una donna che scriveva una regola per altre donne.
E diceva che aspettava solo di poter baciare quel sigillo, e il giorno dopo morire.
E il Papa Innocenzo IV venne. Entrò commosso nella povera celletta.
«Padre Santo», - disse Chiara morente - «ho bisogno di essere perdonata da tutti i miei peccati.» Il Papa le rispose: «Volesse il cielo che io avessi bisogno di perdono quanto ne hai tu!».
Quando l’indomani giunse un cardinale a consegnarle l’implorata bolla pontificia, Chiara la baciò come aveva desiderato e il giorno dopo morì.